Peter Handke  

Peter Handke è nato a Griffen (Austria) nel 1942, ha vissuto dal 1944 al 1948 a Berlino con la madre, e ora vive tra Parigi e Versailles.
Nel 1966, dopo il viaggio in America e la polemica con il gruppo 47 - fondato da Andersch, Böll, Aichinger e Bachman - esce il suo primo romanzo I calabroni di forte impatto contro le convenzioni letterarie.
Nasce così il timbro del "pensiero poetico", del linguaggio nelle sue funzioni polisemiche innovative. Una ricerca sulla funzione del linguaggio è alla base anche dei suoi primi lavori teatrali, dal provocatorio Insulti al pubblico (1966) a Kaspar (1968).
Ha scritto 35 romanzi tra cui nel 2002 il romanzo fiume La perdita delle immagini, 800 pagine e, nel 2009, l’ ultimo romanzo I cuculi di Velika Hoca dedicato ad una minuscola enclave serba in Kosovo.
Nella sterminata bibliografia delle sue opere, prosa, teatro, poesia, saggistica, radiodrammi, diari e sceneggiature, le tematiche muovono da fatti autobiografici e fonti affettive.
Dal romanzo La donna mancina (1976) ha tratto un film, che ha diretto nel 1978, e ha curato la sceneggiatura dei seguenti film per Wim Wenders: Prima del calcio di rigore (1972), Falso movimento (1975), // cielo sopra Berlino (1987) e Città degli angeli (1998).
Ha ricevuto numerosi premi internazionali tra cui il Thomas Mann Literatupreis der Bayerischen Akademie nel 2008 e il premio Franz Kafka nell’ottobre 2009.
Ha restituito il premio Büchner, ricevuto nel 1973, per protesta contro i bombardamenti in Serbia e ha rinunciato al premio Heinrich Heine.

 

Motivazione del Premio

Nel complesso panorama della letteratura mitteleuropea del nostrotempo, la presenza di Peter Handke, oggi vincitore del Premio Internazionale NordSud di Narrativa 2009 della Fondazione Pescarabruzzo, assume un particolare significato.

Fin dall’esordio, lo scrittore e drammaturgo austriaco è intervenuto, con autorevolezza e forte qualità letteraria, nel vivo del dibattito culturale degli anni sessanta, allora influenzati dal gruppo ’47 e dagli scrittori di lingua tedesca del primo dopoguerra, nella dura stagione di un’area dominata dai sensi di colpa del totalitarismo del precedente decennio.

E’ andata così precisandosi la sua figura combattiva di outsider a difesa di un’avanguardia sperimentale in grado di costruire un tessuto nuovo e diverso, non soltanto all’interno dei nuclei tematici di quelle letterature, ma anche e soprattutto sul filo di una configurazione linguistica nuova e rivoluzionaria che assumeva in sé il carattere e la categoria della neoavanguardia, al di fuori e al di sopra di ogni possibile etichetta o nomenclatura.

Una delle sue opere più significative, Falso movimento, scritto per il film omonimo di Wim Wenders è una parabola del ritorno alle radici e al mondo creativo di Goethe e del suo Wilhelm Meister. Nel racconto il giovane scrittore Wilhelm, indotto dalla madre, decide di intraprendere un viaggio dal mare del Nord fino alle Alpi, facendo diversi incontri. Si accorge che il viaggio è un falso movimento finché resta un viaggio all’esterno e che il vero viaggio è quello all’interno di se stessi. Solo chi è nato con autentiche attitudini trova le ragioni dentro di se per superare le ostilità e le povere cose di ogni giorno.

Questa è la poetica di Peter Handke, la più alta espressione di autenticità e indipendenza del pensiero universale.

 

 

Lettera autografa di accettazione di Peter Handke

 

Intervista a Peter Handke di Giuliano Di Tanna
Il Centro 22 novembre 2010

 

La cosa di cui sembra più orgoglioso sono quei funghi sparsi sul tavolo della sua cucina. Le foto con i porcini colti nel bosco a pochi metri dalla casa in cui vive, fuori Parigi, le custodisce in una copia in lingua inglese del suo libro, «Don Giovanni (raccontato da lui stesso)». Quando le mostra il volto gli si illumina. Peter Handke conserva il candore di un ragazzo stupito dal mondo nel corpo di un uomo di 67 anni. Lunghi capelli grigi, occhialini tondi con la montatura di metallo, lo scrittore austriaco - autore di opere di culto come «La paura del portiere prima del calcio di rigore» e «Infelicità senza desideri» - è tornato a Pescara, la città dove, 15 anni fa, aveva ricevuto il Premio Flaiano.

L’occasione è stata offerta, ancora una volta, da un riconoscimento: il neonato Premio internazionale NordSud che gli è stato consegnato, ieri sera, nella sede della Fondazione PescarAbruzzo.

Prima di riceverlo, si è raccontato in questa intervista al Centro.

 

Cosa pensa dei premi letterari?

«Mi piacciono quelli piccoli. Perché? Non lo so. Ma in genere non mi piace riceverli, i premi. Preferisco stare in una giuria e darli agli altri, vedere la gioia sui volti di chi li riceve. Sarà che non sono buono come vincente. Sono migliore come perdente. Ma solo un pochino migliore».

 Essere uno scrittore nell’era di Internet influenza il suo modo di scrivere?

«Per niente. Scrivo a mano, da quindici anni. Ho smesso anche di scrivere a macchina. Mi piace scrivere con la matita. Mi piace l’odore delle matite. Ma non perché così si può cancellare meglio.
Io sono come Ponzio Pilato: quello che è scritto è scritto. Ma poi correggo anch’io (ride)».

 Quali sono i suoi interessi nella vita, oltre allo scrivere?

«Essere invisibile. E avere dei soldi».

 Ci sono scrittori italiani che ama?

«Non conosco quelli di oggi. Quando ero giovane amavo leggere Silone, Vittorini, Pavese. Sono stati autori molto importanti per me. Anche Moravia, Natalia Ginzburg, Italo Svevo. E poi tanti poeti: Ungaretti, Montale, Umberto Saba, Biagio Marin. Di recente ho ricominciato a leggere Pavese.
Vorrei fare lo stesso con Vittorini. E sì, dimenticavo, Italo Calvino. Quando ero studente di legge all’università di Granz, mi guadagnavo da vivere scrivendo recensioni per programmi radiofonici.
Ho scritto parecchio di Calvino. Scrivere quelle recensioni è stata la mia vera educazione».

 «Falso movimento», il libro per cui ha ricevuto il Premio NordSud, l’ha scritto 35 anni fa: che idea ha di quel libro lontano?

«“Falso movimento” non è nemmeno un libro. Era una sceneggiatura per un film di Wim Wenders».

 E’ una sceneggiatura ispirata al «Wilhelm Meister»: le piaceva quel romanzo di Goethe?

«Quello di Goethe è uno strano libro. Lui ci ha messo tutto ciò che aveva capito sugli uomini, sulla vita. Non esistono più libri di quel genere. E un romazno di formazione, ma uno strano romanzo di formazione perché non ci sono praticamente personaggi. Tutti i personaggi sono uguali fra di loro, e nessuno di loro cambia nel corso del tempo. Ma forse aveva ragione Goethe».

 Il film di Wenders le piace ancora?

«E’ un film fatto un po’ con la mano sinistra. E’ difficile mettere in scena il personaggio di uno scrittore. Io non ci riuscirei».

 Vorrebbe scrivere ancora per il cinema?

«Ho scritto una sceneggiatura che si intitola Kali. No, non penso di dirigerla. Per la regia ho pensato a Wenders, ma lui adesso ha qualche difficoltà a dirigere un film. Kali è una storia d’amore strana in cui è la donna a scegliere l’uomo. E l’uomo è molto spaventato da questo perché pensa che, se si innamora di questa donna, morirà».

Si è celebrato da poco il ventennale della caduta del Muro di Berlino: che cosa pensa della riunificazione della Germania?

«Che è una buona cosa nonostante tutto».

 Nonostante che cosa?

«(sorride) Nonostante tutto».

 C’è qualcosa che detesta nella vita di oggi?

«Tutto. So che dovrei ridere anche in mezzo al rumore e alla bruttezza della gente che ci circonda.
Mi sento colpevole se non rido. Così come mi sento colpevole quando vado al cinema; e anche quando non ci vado. Ma più che di colpa, si tratta di cattiva coscienza. A proposito sempre di cinema, è lì che ho i miei fari nella vita. Parlo di registi come Fellini, Antonioni, Ford, Ozu. Lo sa che sono tre mesi che non vado più al cinema?».

 Perché?

«E’ sempre così: da settembre a novembre per me è tempo di funghi. Vado nel bosco vicino a casa, a pochi chilometri da Parigi, e lì per tre o quattro ore, ogni mattina sul tardi, cerco i porcini.
Mia moglie a volte non li cucina nemmeno. Li mettiamo nei vasetti a essicare e poi, d’estate, ci facciamo le minestre. Adesso, però, è finita la stagione dei funghi e posso ricominciare ad andare al cinema».

 Perché le piace andare per funghi?

«Sto bene nei boschi. Non mi annoio mai. Sarò un pervertito (sorride). Ma ci sono perversioni peggiori di questa. Non crede?».

 Qual è il suo stato d’animo attuale verso il mondo: ottimistico o pessimistico?

«Né l’uno, né l’altro. Odio sia l’uno che l’altro sentimento. Adesso vorrei solo ridere. La pazienza, quella sì, è la cosa più importante per gli uomini. Quando sono paziente riesco anche a scovare l’anima nelle persone che mi passano accanto, a trovare la vita autentica».