Intervento di Kumaraswamy Vela Velupillai
Il mio punto di partenza e elemento ispiratore di tutti i miei sforzi è sempre stato il
modo in cui Kant ha affrontato la domanda centrale “Che cosa è l’uomo?”, separandola
in tre domande più circoscritte: “Che cosa posso sapere?”, “Che cosa devo fare?” e “Che
cosa mi è lecito sperare?”. Queste domande sono sempre state nello sfondo e nella codificazione
del grido di battaglia del Rinascimento: “Sapere Aude!”.
La perenne ricerca di risposte a queste domande sono, per me, le basi su cui ho incapsulato
l’epistemologia, la filosofia e la metodologia della mia vita come economista di
professione. Ma parlo anche come intellettuale dilettante - o forse come un amatore
dell’intellettuale? II mio background Indù e Buddista mi ha plasmato in un modo che
mi ha - forse anche per osmosi - permesso di assorbire lo spirito critico e scientifico delle
società e culture più avanzate nelle quali ho studiato, vissuto e lavorato.
Io parlo come un intellettuale dilettante, nel senso in cui vi alludeva il grande Edward
Said, nella sua BBC Reith Lectures del 1993: “Un dilettante è quello che oggi l’intellettuale
deve essere, cioè qualcuno che ritiene che per essere un membro preoccupato e pensante
della società è legittimato nel porre questioni morali centrali anche su questioni altamente
tecniche e professionali che coinvolgano la sua posizione rispetto al proprio paese, il suo
potere, il suo modo di interagire con i suoi cittadini, nonché altre società”.
Sono nato e cresciuto in quella che allora era chiamata Ceylon, una volta salubre Isola,
inghiottito da quattro grandi mari: l’Oceano Indiano, il Golfo del Bengala, il Mar Arabico
e il mare della gente del subcontinente indiano. Questa particolare ubicazione, geografica
e metaforica, è stata sia una benedizione che una maledizione: una benedizione
in quanto, come accade alle persone di molte isole, consiste in una brama di trascendere
l’invisibile, ma reale limite di un orizzonte finito; una maledizione nel senso che uno
deve sempre combattere la tendenza all’insularità e la mente chiusa che lo accompagna,sopraffatta - per così dire - dal potere supremo della natura insondabile e indomabile.
La manifestazione della “maledizione” è fin troppo evidente, nella attuale condizione di
anarchia e incivile arbitrio che è stata scatenata da una maggioranza indisciplinata e ingenerosa
su una minoranza inerme e impotente, il tutto caratterizzato da una primitiva
divisione etnica. Il grido di battaglia del Rinascimento, “Sapere Aude”, è effettivamente
impoverito in gran parte del “Sud”, è spesso sommerso nella correttezza politica nel
Nord, ma non per molto. Lo spirito critico liberato dalle rivoluzioni scientifiche, culturali,
sociali, politiche ed economiche, non senza sconvolgimenti e battute d’arresto, non
consente il grido di battaglia di essere soppresso per troppo tempo. Giordano Bruno e
Galileo Galilei, e nel nostro tempo, Vaclav Havel e il Dalai Lama, incapsulano comportamenti
moralmente ineccepibili e retti che uno spirito critico permette di sviluppare.
Tra le grandi rivoluzioni concettuali del Ventesimo secolo troviamo quelle che sono
associate con i nomi di Albert Einstein, Werner Heisenberg, Ludwig Wittgenstein e Kurt
Godei, rispettivamente, la fisica, la meccanica quantistica, la filosofìa analitica e la metamatematica.
La mente dietro le rivoluzioni concettuali operate da questi giganti intellettuali
avevano in comune la nozione dei limiti epistemologici dell’indagine razionale che
è intrinseca a qualsiasi metodo scientifico.
Ciò che è comune a queste quattro grandi rivoluzioni concettuali che caratterizzano
quasi completamente gli approcci scettici relativi alle basi del Ventesimo secolo è quella
di porre dei limiti a quanto è conoscibile razionalmente, scientificamente determinabile
ed empiricamente verificabile. Non è, quindi, sorprendente che ciò abbia liberato gli
ancoraggi e gli ormeggi dell’Uomo e possono avere anche contribuito allo sfrenato scetticismo
spirituale dello stesso secolo tragico. Ma, contemporaneamente, i protagonisti
stessi di queste rivoluzioni concettuali non hanno saputo trarre conclusioni scettiche
coerenti rispetto ai risultati “limitanti” delle loro ricerche.
Perché noi del “Sud” non siamo stati in grado di generare queste rivoluzioni nel pensiero,
nonostante fossimo stati benedetti con la tradizione delle filosofìe speculative e
scettiche e saldamente radicate nelle fibre etiche e morali?
Da qualche parte lungo la traiettoria storica che noi - nel Sud e nel Nord – abbiamo
attraversato, in parallelo, ma non in tandem, il primo non ha saputo sfruttare la potenza
del grido di battaglia rinascimentale, il secondo lo ha rafforzato dopo ogni indietreggiamento.
Il coraggio intellettuale di sfidare, sia nel campo della scienza o delle scienze umane, sia
nell’arte e nella poesia o nelle scienze sociali, il pensiero convenzionale codificato - spesso
solo con la forza della storia e della tradizione - ha fornito le basi per la trasformazione
tecnologica e politica del Nord.
A meno che il Sud non sviluppi il suo grido di battaglia, come quello con cui Kant ha
codificato la disciplina e lo scetticismo costruttivo del Rinascimento, e a meno che il Sud
non lo connetta con la saggezza dei precetti di Rabbi Hillel: “Se io non sono per me stesso,
allora chi sarà per me? E se io sono solo per me stesso, allora cosa sono io? E se non ora,
quando?” vi resterà per sempre il divario incolmabile nell’evoluzione - sia essa scientifica
o sociale, politica o artistica - e comportamenti imitativi non generano altro che “tigri di
carta”, anche nei termini dello sviluppo economico.