Kumaraswamy Vela Velupillai  

Kumaraswamy Vela Velupillai è nato nel 1947 a Colombo nello Sri Lanka.
Conseguito il titolo di Ph.D in Economia all’Università di Cambridge, ottiene borse di studio ed incarichi in diverse università del mondo: Belfast, Oslo, Praga, Washington D.C., Pechino, Parigi, Copenhagen, Madras, Modena, per citarne solo alcune. Attualmente è professore di Economia politica all’Università di Trento e all’Università di Galway in Irlanda.
I suoi saggi ed articoli sono apparsi su prestigiose riviste di economia, tutti in lingua inglese, come anche i volumi presso Oxford University – Computable Economics (2000) e Macroeconomic Theory and Economic Policy (2004). Questi temi sono al centro della sua ricerca attuale.
E’ di particolare interesse lo studio A Critical Study of the Mathematical Foundations of Economic Theory. La problematica riguarda la ricostruzione di come si è evoluta la formalizzazione del problema fondamentale della domanda e dell’offerta. La formalizzazione matematica attuale dell’equilibrio ottimale di mercato in un’economia decentralizzata resa famosa da Keneth Arrow e Gerard Debreu negli anni Cinquanta.
La sua teoria parla di un possibile abisso tra la visione economica del teorico e la possibile formalizzazione matematica di tale visione. Si menziona in particolare il suo giovanile avvicinarsi alla teoria della crescita e dello sviluppo economico, avendo avuto la fortuna di incontrare uno studioso come Gunnar Myrdal e di rivolgere così uno dei suoi principali interessi di ricerca anche ai temi del sottosviluppo, nell’ambito della c.d. “scuola svedese”.
Collabora con il giornale “The Indipendent”.

 

Motivazione del Premio

Per le Scienze Sociali, il Premio Internazionale NordSud va all’economista Kumaraswamy Vela Velupillai per la pubblicazione Towards a Theory of Economic Development without the owl of Minerva. An Outline & a Summary, per lo sforzo di ricondurre la teoria della crescita e dello sviluppo economico alle sue nobili ed indipendenti origini, allontanandola dagli estremi formalismi a cui è approdata nel corso del tempo (il Gufo di Minerva) e proponendo di riportarla sui binari dell’etica e della morale.
Questi aspetti, che pure erano presenti nei primi studi sulla crescita e lo sviluppo economico (si pensi a Ramsey che nel 1928 introdusse i concetti di “discounting the future” e “intergenerational welfare”), mancano nei più recenti modelli formali; secondo Vellupilai ne consegue che tutte le teorie sul tema che si fondano su tali apparati analitici condividono le stesse lacune.
E sembra banale, ma non lo è, tornare a sottolineare l’importanza dell’etica e della morale nella proposizione di indirizzi di ricerca normativa e di applicazione empirica in materia di crescita e sviluppo per il Sud del Mondo, come fatto dall’autore nel suo prezioso contributo.

 

Intervento di Kumaraswamy Vela Velupillai

Il mio punto di partenza e elemento ispiratore di tutti i miei sforzi è sempre stato il modo in cui Kant ha affrontato la domanda centrale “Che cosa è l’uomo?”, separandola in tre domande più circoscritte: “Che cosa posso sapere?”, “Che cosa devo fare?” e “Che cosa mi è lecito sperare?”. Queste domande sono sempre state nello sfondo e nella codificazione del grido di battaglia del Rinascimento: “Sapere Aude!”.
La perenne ricerca di risposte a queste domande sono, per me, le basi su cui ho incapsulato l’epistemologia, la filosofia e la metodologia della mia vita come economista di professione. Ma parlo anche come intellettuale dilettante - o forse come un amatore dell’intellettuale? II mio background Indù e Buddista mi ha plasmato in un modo che mi ha - forse anche per osmosi - permesso di assorbire lo spirito critico e scientifico delle società e culture più avanzate nelle quali ho studiato, vissuto e lavorato.
Io parlo come un intellettuale dilettante, nel senso in cui vi alludeva il grande Edward Said, nella sua BBC Reith Lectures del 1993: “Un dilettante è quello che oggi l’intellettuale deve essere, cioè qualcuno che ritiene che per essere un membro preoccupato e pensante della società è legittimato nel porre questioni morali centrali anche su questioni altamente tecniche e professionali che coinvolgano la sua posizione rispetto al proprio paese, il suo potere, il suo modo di interagire con i suoi cittadini, nonché altre società”.
Sono nato e cresciuto in quella che allora era chiamata Ceylon, una volta salubre Isola, inghiottito da quattro grandi mari: l’Oceano Indiano, il Golfo del Bengala, il Mar Arabico e il mare della gente del subcontinente indiano. Questa particolare ubicazione, geografica e metaforica, è stata sia una benedizione che una maledizione: una benedizione in quanto, come accade alle persone di molte isole, consiste in una brama di trascendere l’invisibile, ma reale limite di un orizzonte finito; una maledizione nel senso che uno deve sempre combattere la tendenza all’insularità e la mente chiusa che lo accompagna,sopraffatta - per così dire - dal potere supremo della natura insondabile e indomabile.
La manifestazione della “maledizione” è fin troppo evidente, nella attuale condizione di anarchia e incivile arbitrio che è stata scatenata da una maggioranza indisciplinata e ingenerosa su una minoranza inerme e impotente, il tutto caratterizzato da una primitiva divisione etnica. Il grido di battaglia del Rinascimento, “Sapere Aude”, è effettivamente impoverito in gran parte del “Sud”, è spesso sommerso nella correttezza politica nel Nord, ma non per molto. Lo spirito critico liberato dalle rivoluzioni scientifiche, culturali, sociali, politiche ed economiche, non senza sconvolgimenti e battute d’arresto, non
consente il grido di battaglia di essere soppresso per troppo tempo. Giordano Bruno e Galileo Galilei, e nel nostro tempo, Vaclav Havel e il Dalai Lama, incapsulano comportamenti moralmente ineccepibili e retti che uno spirito critico permette di sviluppare.
Tra le grandi rivoluzioni concettuali del Ventesimo secolo troviamo quelle che sono associate con i nomi di Albert Einstein, Werner Heisenberg, Ludwig Wittgenstein e Kurt Godei, rispettivamente, la fisica, la meccanica quantistica, la filosofìa analitica e la metamatematica.
La mente dietro le rivoluzioni concettuali operate da questi giganti intellettuali avevano in comune la nozione dei limiti epistemologici dell’indagine razionale che è intrinseca a qualsiasi metodo scientifico.
Ciò che è comune a queste quattro grandi rivoluzioni concettuali che caratterizzano quasi completamente gli approcci scettici relativi alle basi del Ventesimo secolo è quella di porre dei limiti a quanto è conoscibile razionalmente, scientificamente determinabile ed empiricamente verificabile. Non è, quindi, sorprendente che ciò abbia liberato gli ancoraggi e gli ormeggi dell’Uomo e possono avere anche contribuito allo sfrenato scetticismo spirituale dello stesso secolo tragico. Ma, contemporaneamente, i protagonisti stessi di queste rivoluzioni concettuali non hanno saputo trarre conclusioni scettiche
coerenti rispetto ai risultati “limitanti” delle loro ricerche.
Perché noi del “Sud” non siamo stati in grado di generare queste rivoluzioni nel pensiero, nonostante fossimo stati benedetti con la tradizione delle filosofìe speculative e scettiche e saldamente radicate nelle fibre etiche e morali?
Da qualche parte lungo la traiettoria storica che noi - nel Sud e nel Nord – abbiamo attraversato, in parallelo, ma non in tandem, il primo non ha saputo sfruttare la potenza del grido di battaglia rinascimentale, il secondo lo ha rafforzato dopo ogni indietreggiamento.
Il coraggio intellettuale di sfidare, sia nel campo della scienza o delle scienze umane, sia nell’arte e nella poesia o nelle scienze sociali, il pensiero convenzionale codificato - spesso solo con la forza della storia e della tradizione - ha fornito le basi per la trasformazione tecnologica e politica del Nord.
A meno che il Sud non sviluppi il suo grido di battaglia, come quello con cui Kant ha codificato la disciplina e lo scetticismo costruttivo del Rinascimento, e a meno che il Sud non lo connetta con la saggezza dei precetti di Rabbi Hillel: “Se io non sono per me stesso, allora chi sarà per me? E se io sono solo per me stesso, allora cosa sono io? E se non ora, quando?” vi resterà per sempre il divario incolmabile nell’evoluzione - sia essa scientifica
o sociale, politica o artistica - e comportamenti imitativi non generano altro che “tigri di carta”, anche nei termini dello sviluppo economico.